“Preoccupa che Strasburgo si svegli per il presunto trattamento inumano di quello che è stato uno dei boss più pericolosi di Cosa Nostra, mentre non abbia mai manifestato la stessa sensibilità per il le famiglie delle vittime della barbarie mafiosa. A Strasburgo lo sanno che il 70% dei cari strappati ai loro affetti non hanno avuto verità e giustizia?”.

Flavia Famà è la figlia di Serafino Famà, il noto avvocato penalista catanese 57enne ucciso la sera del 9 novembre del 1995 all’uscita del suo studio. 6 colpi di pistola, l’inutile corsa al Pronto Soccorso del Garibaldi, un padre che non potrà più abbracciare la sua bambina e Fabrizio, che con la sorella Flavia ha trasformato il dolore in impegno antimafia.
Commenta così, di slancio, la sentenza della Corte europea dei diritti umani, che ha condannato l’Italia perché ha continuato ad applicare il regime del carcere duro, il 41bis, dal 23 marzo del 2016 alla morte di Binnu U Tratturi, del criminale che, dopo la cattura, sostituì Totò Riina al vertice della Cupola.

Secondo i giudici di Strasburgo, all’epoca dichiarato gravemente malato, in carcere è stato “Sottoposto a trattamenti inumani e degradanti”. Più dettagliatamente, la Corte nella sentenza specifica di “non essere persuasa che il Governo italiano abbia dimostrato in modo convincente che il rinnovo del regime del 41bis fosse giustificato”. Inoltre, secondo i giudici, i documenti medici forniti dal governo italiano dimostrano che le già compromesse funzioni cognitive di Provenzano erano peggiorate nel 2015 e che nel marzo 2016 erano “estremamente deteriorate”.

Insomma, Provenzano per i magistrati era ormai innocuo, solo un anziano gravemente malato incapace di potere ragionare, agire, quindi di rendersi pericoloso continuando a impartire ordini, così come, invece, ha fatto Riina fino all’estremo, placato soltanto dalla morte.

Ed i togati fanno pure notare che nella decisione di mantenere il regime carcerario non c’è alcuna menzione dello stato mentale del boss e che manca “una valutazione autonoma del ministero della Giustizia sulle condizioni di Provenzano al momento del rinnovo del 41 bis”. Se da un lato, sempre secondo i togati, il 41bis era eccessivo e violava i diritti umani del mafioso, la normale “Detenzione non di Provenzano non può essere considerata incompatibile con il suo stato di salute e la sua età avanzata”. Ecco perché la Corte ha rifiutato le richieste di risarcimento per danni morali di 150 mila euro e di pagamento di 20 mila euro per coprire le spese legali.

Esulta il legale del capomafia Rosalba Di Gregorio, che, per anni, prima di rivolgersi ai giudici di Strasburgo aveva chiesto la revoca del 41 bis e l’espiazione della pena in regime ordinario alla magistratura di sorveglianza di Parma, Milano e Roma: “Quella che abbiamo combattuto è stata una lotta per l’affermazione di un principio e cioè che applicare il carcere duro a chi non è più socialmente pericoloso si riduce ad una persecuzione. A noi non interessava e non interessa un risarcimento, ma soltanto l’affermazione di un principio contro prese di posizione assolutamente illegittime“. L’avvocato aveva perso la sua battaglia in tutte le sedi giudiziarie fino alla Cassazione, dove erano stati confermati i verdetti precedenti, cioè che in nessun altro luogo Provenzano avrebbe potuto ricevere cure migliori. Ed anche gli ultimi ministri della Giustizia hanno rinnovato il 41 bis al capomafia, che diverse perizie avevano certificato essere incapace di assistere coscientemente ai processi.

“Ma siamo certi di quelle perizie? Siamo certi della correttezza di quella valutazioni? – si chiede Flavia Famà – Io mi fido di tutti i giudici che in diverse sedi si sono espressi contrari alle richieste dell’avvocato di Provenzano. Non ho motivo di metterle in dubbio. E non perché mi facesse piacere la condizione in cui si trovava il boss. Io non sono mossa da vendetta. Tutt’altro. Io sono per la parità dei diritti. E mi chiedo in che condizioni fosse veramente Provenzano. Che, al contrario di altri cittadini che non possono permetterselo, gli stiano garantite le cure necessarie è certo. Mentre non mi risulta che Provenzano abbia mai manifestato un pentimento concreto”.

Dario Montana è il fratello di Beppe Montana, il commissario catanese a capo della Catturandi della Squadra Mobile di Palermo caduto in agguato mafioso il 28 luglio del 1985. A Dario, attivista storico dell’associazione antimafia Libera, invece, la sentenza di Strasburgo non suscita preoccupazione.

E ci rivela una presa di posizione che prima di adesso non aveva mai reso pubblica: “Io non ho mai avuto mai nascosto, nell’intimità della famiglia e degli amici, il mio parere sul carcere duro a Provenzano durante quella che si è rivelata la fase finale della sua vita:per me era da accettare la richiesta di non sottoporlo più al 41bis. E’ un dispositivo che dovrebbe essere utile per impedire di avere contatti con l’esterno del carcere e Provenzano, a quanto pare, non era più in grado di essere pericoloso. La sentenza, quindi, no, non mi fa saltare dalla sedia, anche perché non è messo in discussione il 41bis. E’ vero, noi che piangiamo vittime della mafia non siamo per la vendetta. Anzi, io con altri familiari frequentiamo le carceri perché riteniamo che siano rispettati quei diritti e quella umanità che la mafia non ha nemmeno idea di cosa siano. Semplicemente, Provenzano non mi faceva più paura. Non ci faceva più paura”.

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