I ministeri dell’Interno e della Giustizia hanno fatto istanza di costituzione di parte civile al processo per il depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio in cui furono uccisi il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta.

Il dibattimento si è aperto oggi davanti al tribunale di Caltanissetta e vede imputati tre poliziotti: Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo che appartenevano al pool investigativo che indagò sull’attentato e che ora rispondono di calunnia. Avrebbero creato a tavolino falsi pentiti che diedero una ricostruzione non veritiera delle fasi esecutive dell’attentato e fecero condannare 8 innocenti. La richiesta di costituzione di parte civile è stata presentata anche dai figli di Rita Borsellino, sorella del magistrato ucciso, dai figli dei poliziotti assassinati, dai familiari del boss Salvatore Profeta nel frattempo deceduto e tra i mafiosi ingiustamente accusati, da Antonino Vullo, poliziotto sopravvissuto alla strage, e dal Comune di Palermo. Il Comune e i familiari di Borsellino avevano già presentato la richiesta all’udienza preliminare, ma il gup l’aveva ritenuta intempestiva. Gli imputati tutti presenti.

C’è anche la figlia di Borsellino, Fiammetta, già costituitasi parte civile all’udienza preliminare insieme ai fratelli Manfredi e Lucia e allo zio Salvatore. Parti civili anche i figli dell’altra sorella di Borsellino, Adele, e i boss Cosimo Vernengo, Giuseppe La Mattina, Gaetano Murana, Gaetano Scotto e Natale Gambino, alcuni dei mafiosi accusati ingiustamente. Dopo la riapertura delle indagini sulla strage e grazie alle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza vennero assolti nel corso del processo di revisione. I loro legali, gli avvocati Rosalba Di Gregorio e Giuseppe Scozzola, hanno citato in giudizio come responsabile civile la Presidenza del Consiglio dei ministri e il Ministero dell’Interno, chiedendo un risarcimento del danno per 50 milioni di euro per l’ingiusta condanna subita.

Il Viminale ha chiesto un risarcimento di 60 milioni. Nell’atto si sostiene che la condotta degli investigatori Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, imputati di aver imbeccato falsi pentiti per costruire una verità ad hoc sulla fase esecutiva dell’attentato, avrebbe provocato al ministero un danno all’immagine milionario. Nel dibattimento, però, il Viminale è stato citato dai legali delle parti civili – i boss accusati e condannati ingiustamente proprio in virtù del depistaggio – come responsabile civile, cioè come ente che risponde civilmente dei danni commessi dagli imputati che, in questo caso, erano dipendenti del ministero in quanto poliziotti

Una singolare doppia veste, dunque, per il ministero, difeso dall’avvocatura dello Stato.

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