Tutto è cominciato da lì. Da quel che hanno documentato le videocamere di sorveglianza della sua concessionaria, la Calicar di Altivilla Milicia, centro del palermitana. Due balordi si introducono nel parcheggio dell’azienda e danno fuoco ad alcune vetture. La mafia agisce così, con arroganza, con l’arroganza dei vigliacchi. Era il 2011, e Gianluca Maria Calì decide di non fare quel che accettano la maggior parte dei commercianti e degli imprenditori ai quali viene chiesto il pizzo: piegarsi.

“Purtroppo è un problema costante. Molto è stato fatto, molto si sta facendo e molto ancora dovrà farsi. Le forze dell’ordine e i magistrati fanno quotidianamente un lavoro straordinario, ma senza la collaborazione dei cittadini taglieggiati purtroppo la strada è sempre più in salita”. 

Calì ha paura, non la nasconde, anzi, la ringrazia, perché “la paura fa parte dell’essere umano , altrimenti si diventa folli” e affronta così la salita, consapevole e a testa alta. Anche adesso che un pentito ha voluto confessargli che gli era stato ordinato di sparargli, di ucciderlo, selvaggiamente, con una pistola calibro 45 caricata con 7 pallottole ad espansione, quelle che nidificano dentro il bersaglio, per aumentare al massimo il danno, per devastare, per non lasciare scampo.

Mi ha contattato attraverso un falso profilo Facebook – ci racconta – dopo avere dialogato un po’, raccontandomi dettagli che soltanto un appartenente alla famiglia mafiosa alla quale ho detto no poteva sapere, ho compreso che aveva necessità di darmi informazioni importanti che mi riguardavano e che voleva farmi avere, così ci siamo sentiti telefonicamente. Mi ha confessato della pistola e del male che avrebbe dovuto fare. Era stato ordinato a lui di premere il grilletto, ma, quattro anni fa, è stato arrestato e gli hanno sequestrato la pistola che doveva usare contro di me nella concessionaria di Altavilla Milicia. Il pentimento, all’indomani dell’arresto, mi ha spiegato che è stato dettato dal non condividere più le scelte mafiose e dal volere assicurare un futuro dignitoso si propri figli. Ha voluto avvisarmi perché vede in me una persona che può aiutare la società civile a ribellarsi e dare un segnale positivo alla lotta alla mafia che lui definisce merda. Sì, mi ha sconvolto ascoltare cose così terribili da chi avrebbe dovuto realizzarle, da chi era stato scelto come mio carnefice, ma mi sono anche commosso percependo il suo dispiacere e la stima nei miei confronti”.

Secondo quanto rivelato dal pentito, però, un’altra pistola, dello stesso tipo e con le stesse munizioni di quella sequestrata nel 2014 si trova nel capoluogo lombardo, dove l’imprenditore fa la spola con la Sicilia per lavoro: “mi ha detto che una Beretta è a Milano dal 2013, a disposizione dei clan che operano lì, pronta per essere usata. Sì, purtroppo, nonostante sia trascorso ormai del tempo, ben 7 anni da quando mi fu chiesto di contribuire al sostentamento dei mafiosi in carcere col pane della mia famiglia, di mia moglie e dei miei figli, ancora il pericolo è attuale. Perché? Perché non ho voluto soltanto ribellarmi, ho voluto anche avviare una battaglia per smuovere le coscienze, per invitare a reagire e, normalmente, chi vuole fare carriera all’interno della mafia, deve farla colpendo i simboli”.

Gianluca Maria Calì non ha una scorta. Non gli è mai stata assegnata. Sembra incredibile, considerato che c’è chi può contare sulla protezione di agenti armati anche se non ha ricevuto minacce pesanti così come quelle subite dall’imprenditore siciliano da quando ha voltato le spalle alla mano tesa dai mafiosi.

“No, mai avuto una scorta – ci sottolinea amaro –  e, dopo averlo avuto rinnovato per quattro anni di seguito, dall’attentato nella mia concessionaria, nel 2016 la Prefettura di Milano, con tanto di benestare del ministro dell’Interno Marco Minniti, mi vieta il porto d’armi, costringendomi, quindi, a non potere avere la chance di difendermi da solo, se non indossando il giubbotto antiproiettile e muovendomi con l’auto blindata che ho acquistato.  Ho dovuto pagare 5mila euro di tasca mia per chiamare il causa il Ministero dell’Interno davanti al Tar, che mi ha definito soggetto in grave pericolo di vita e, lo scorso 18 luglio, ha ordinato al ministero di farmi rinnovare il titolo per potere circolare armato e condannandolo a 3.000€ di spese legali“.

Ecco la sentenza che ha condannato il ministero per la decisione presa da Minniti, nonostante fosse stato chiaramente appurato lo stato di pericolo dell’imprenditore.

Chissà se le rivelazioni del pentito adesso permetteranno a Calì di potere fare affidamento su un squadra di angeli custodi. “Non so, non dipende da me. Io posso solo ringraziare i carabinieri di Palermo: mi sono sempre stati accanto e passano un paio di volte al giorno da casa e dall’ufficio. A Milano, invece, sono solo, non ho alcuna tutela“.

Non si tira indietro lo stesso, Calì.

“Mai abbassare la guardia. Purtroppo ancora ci si culla con la scorciatoia, la via più comoda, più facile, con il chiedere l’aiuto dell’amico mafioso o avere un trattamento di favore. C’è pure chi si convince di fare del bene per sentirsi con la coscienza pulita e paragona il pizzo al contributo solidale per le famiglie bisognose come si fa per i terremotati… TERRIBILE.
La richiesta del contributo per i carcerati, per le famiglie dei carcerati , per mantenere le famiglie, è presentato come se fosse del bene a persone bisognose, dando quel senso romantico all’estorsione che di romantico non ha nulla: è come le metastasi di un cancro che si propaga portandoti alla morte. Per questo non smetterò mai di lottare.
ricorda le sue sensazioni? Quelle della sua famiglia? A chi paga il pizzo dico che è giunta l’ora di alzare la testa, di denunciare e di non avere più paura perché lo Stato è più forte che mai. Alle istituzioni dico di comprendere che chi denuncia si immette in un percorso complesso e tortuoso e per questo va aiutato, seguito e tutelato senza mai essere abbandonato”.

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