Il punto è uno. Uno soltanto. Non ammette repliche, interpretazioni, giustificazioni: non si fa. Nulla, nemmeno un accenno, nemmeno col pensiero. Quando si indossa il sacco, qualsiasi sia la tua natura, devi essere capace di annientarla, di addomesticarla, di assoggettarla a quel che quell’indumento rappresenta. E qualora ci si rendesse conto di non essere capaci di capire che il sacco è fede, che fede vuol dire educazione, rispetto per i valori in cui si vuole dimostrare di credere, allora bisognerebbe avere l’onestà di non indossarlo più, quel sacco, di non definirsi più devoto di Sant’Agata. Perché in una manifestazione religiosa non è ammissibile alcun atteggiamento volgare, violento, astioso, bilioso, negativo in genere nei confronti di qualcuno o qualcosa, anche se si è provocati.

Anche se si ritiene di essere stati provocati.

E’ l’unico tema sul quale bisognerebbe ragionare e ripartire. Perché i fatti dello scorso 6 febbraio, di mercoledì, si ripeteranno, ciclicamente, fatalmente. Se non si analizza seriamente, se non si fanno sinceri esami di coscienza, nulla cambierà. D’altronde a Catania fa comodo la memoria corta. Permette di assolversi, di nascondere la polvere sotto il tappeto. Non è la prima volta né che un capo Vara è stato costretto a fare sganciare i cordoni, a impegnarsi in un braccio di ferro con quelli che non vogliono rispettare le regole, le indicazioni di chi si è assunto la responsabilità delle processioni;

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non è la prima volta che un capo Vara decide di non fare affrontare la salita di San Giuliano al Fercolo e che si urli “Vergogna”. E’ successo 7 anni fa, quando l’ex capo Vara Claudio Baturi, per via del manto stradale reso viscido e pericoloso dalla pioggia, dispose l’annullamento dell’attesa fase del giro conclusivo dei festeggiamenti in onore della Patrona e durante la ressa rabbiosa che ostacolava il rientro del busto reliquario all’interno della Cattedrale Monsignor Barbaro Scionti disse ai responsabili: “Non diamo spettacoli oltremisura. Sto imparando da voi che la violenza è l’insegnamento che ci dà Sant’Agata. Questo mi state insegnando voi devoti, grazie. E’ uno spettacolo vergognoso, ver-go-gno-so”. Parole ancor più pesanti di quelle che ha pronunciato mercoledì, quando in piena piazza Duomo, questa volta all’esterno della Cattedrale, si è rivolto a quei devoti che non hanno riconosciuto l’autorità del capo Vara Claudio Consoli e hanno proseguito arbitrariamente la processione trascinando il cordone fatto sganciare definitivamente dopo ripetuti ammonimenti, mentre il Fercolo ha fatto rientro: “Cari delinquenti, siete soli e isolati, Sant’Agata non è ostaggio di nessuno”.

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Parole più pesanti perché chiamarano in causa la Patrona in prima persona, in maniera ardita, sconvolgente, provocatoria all’estremo, con, si capisce, lo scopo di colpire nell’intimo chi stava offendendo la sacralità del momento e del luogo, ma che non sono servite. Perché siamo qui a commentare nuovamente un altro episodio indecoroso della storia dei festeggiamenti in onore di Sant’Agata, della storia di Catania.

E quel su cui la città si impegna è capire da chi parte stare, con chi schierarsi, se coi “delinquenti che tali è esagerato definirle, tutt’al più dei fanatici” o se con il capo Vara e il Monsignore per i quali il Prefetto ha ritenuto opportuno fare disporre la scorta armata per le apparizioni pubbliche, cosa non accaduta in passato nonostante, come detto, di fatti stracarichi di tensione ne siano avvenuti.

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Ovviamente non mancano le varie teorie sull’accaduto. Quelle sui delinquenti e/o i giovani che fanno dell’atteggiamento mafioso, dell’arroganza la loro cifra stilistica e alla Festa non dovrebbero manco avvicinarsi; quelle sul capo Vara privo di attributi, che non è all’altezza di un compito così delicato; quelle sulla prova di forza fra le fazioni interne ai devoti, fra il gruppo che non ha accettato la rimozione dell’ex maestro del Fercolo Claudio Baturi e il gruppo fedele al successore Claudio Consoli. Fino al macchiavellismo, che strizza l’occhio al complottismo. Ci riferiamo a chi avanza il sospetto che dietro quanto avvenuto ci sia lo zampone della mafia delle scommesse sulla tratta più attesa delle processioni, “Chissà a quanto era dato l’annullamento della salita”, rimbalza sui social; e ci riferiamo a chi, poiché in estate bisognerà rinnovare le cariche più importanti che governano la Festa, ipotizza un piano ragionato nei minimi dettagli nelle segrete stanze per creare un movimento di opinione vasto, solido a supporto della Diocesi di Catania e quindi di tutte le decisioni che poi prenderà. Cioè che sia stato trovato il modo per provocare la reazione che poi alcuni giovani nel cordone hanno avuto e strumentalizzarlo per, ufficialmente, combattere l’illegalità, ma con lo scopo, in realtà, di mettere con le spalle al muro il sindaco Pogliese, che sarebbe così costretto a dare seguito al corso deciso dall’ex sindaco Bianco con l’avallo della Diocesi, magari con la prospettiva di un salto nel mondo della politica di Consoli, un arruolamento dell’attuale capo Vara considerato da alcuni un eroe. Roba da Angeli e Demoni, il thriller di Dan Brown in cui il Camerlengo fa eliminare cardinali e rischia di fare saltare in aria con un ordigno nucleare il Vaticano per farsi nominare Papa. O no? Il popolo farnetica o no?

Il capo della Diocesi, l’Arcivescovo Salvatore Gristina, è uscito allo scoperto solo due giorni dopo lo scoppio del caso e lo ha fatto con uno striminzito comunicato pubblicato sulla pagina web ufficiale della Diocesi di Catania.

Eccolo.

Si legge: “L’Arcivescovo Mons. Salvatore Gristina e i Vicari episcopali e foranei, riuniti per l’incontro mensile, sicuri di interpretare i sentimenti del presbiterio diocesano, esprimono vivo rammarico e decisa disapprovazione per i ben noti fatti accaduti nella mattinata del 6 febbraio e già ampiamente condannati anche dall’opinione pubblica.
Auspicano pure che il lodevole impegno che ha visto agire in esemplare sinergia le varie Istituzioni civili ed ecclesiali nelle loro specifiche responsabilità, il Comitato per la Festa di Sant’Agata, che ha elaborato pure opportuni regolamenti, le Associazioni agatine e tutti i volontari, sia sempre coronato da successo, affinché la Festa dell’amata Patrona mostri il vero volto di Catania nel rispetto della legalità e del comune impegno per la sicurezza.
Ringraziando tutte le persone che hanno generosamente collaborato, rivolgono un particolare attestato di vicinanza e solidarietà al Maestro del fercolo e al Parroco della Cattedrale”.

Burocratico, freddo, tanto da nemmeno citare i nomi di chi riceve la sua solidarietà. Sembra un atto dovuto. E basta.

E giungiamo, quindi, al punto. Quello che non ammette repliche, interpretazioni, giustificazioni. Se per alcuni fede è tirare il cordone anche con la minaccia, caricarsi sulle spalle chili di cera da poi cospargere lungo i percorsi, lanciare di corsa la Vara che custodisce delle sacre reliquie e altro ancora che caratterizza le processioni e che, teme, se non sarà realizzato impedirà di essere ascoltati Lassù, vuol dire che la Chiesa ha fallito il suo ruolo educativo. Perché evidentemente non è stato insegnato così come dovrebbe comportarsi chi ha fede, cioè che contano solo preghiera e rispetto.

Ma non è un’assoluzione per chi ha sbagliato. Perché chi utilizza l’insulto, la minaccia, la guapperia per delegittimare chi non ritiene autorevole o, peggio, per imporsi all’interno di un contesto in cui dovrebbe stare solo col capo chino umilmente e pregare, non è devoto, non è credente, non crede in niente. E così è nella vita di tutti i giorni. Nulla. Perché la maleducazione è il nulla, non ha cittadinanza, non è civiltà.

Nel frattempo si lascia in pace Sant’Agata. Dalla prossima edizione resti dove è giusta che stia, sull’altare. Chi la ama veramente sarà felice di andarle a fare visita.

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