Niko “King” Pandetta durante l’intervista nella prima puntata di Realiti, del nuovo programma di Rai 2 andato in onda mercoledì, non ha mai parlato di Falcone e Borsellino, nemmeno un cenno.

E’ stato l’aspirante cantante neomelodico Leonardo Zappalà a oltraggiarli con il vergognoso commento che per primi abbiamo messo in rilievo.

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Un commento che, a parte il nostro intervento, è rimasto a lungo sotto traccia, per poi essere strumentalizzato a piacimento, fino a sfociare nell’inchiesta della Procura di Catania sulle dichiarazioni sui due giudici massacrati da Cosa Nostra rilasciate dai due neomelodici, così come hanno scritto agenzie di stampa e media nazionali che improvvisamente si sono avveduti di quanto accaduto in un programma della tv di Stato.

Ma, ripetiamo, Pandetta sui due giganti della lotta alla mafia non ha proferito parola. I giudici se ne renderanno conto riascoltando la puntata, che non v’è bisogno di richiedere alla Rai, visto che è facilmente reperibile sul web.

Semmai ha detto altro, di grave, gravissimo. Anche, e questo è un altro aspetto passato inosservato, sulla numerosa schiera di ammiratori su cui può contare. Il nipote dell’ergastolano Turi Cappello, del quale va orgoglioso e che considera vittima dei pentiti di mafia, ha dichiarato che “I ragazzi oggi mi vedono come un idolo e questo vuol dire che le persone sono malate”.

Riascoltate il brano della puntata che abbiamo pubblicato in cima: dice proprio così come abbiamo trascritto testualmente, con tanto di sorrisetto beffardo che rafforza quanto, incredibilmente, dichiarato, perché di certo non è da considerarsi un complimento nei confronti dei suoi fan.

E non si limita a, col – sottolineiamo ancora – sorrisetto beffardo, ad affermare che chi lo considera un idolo è una “persona malata”, spiega pure perché: “Se pubblico la foto con 50mila euro in mano prendo cinquantamila like (i mi piace su Facebook, ndr), se la pubblico senza niente ne prendo dieci. Gli piace il lusso, la malavita, queste cose, come piace a me, perché a me piacciono”, ammette, mettendosi, comunque, sullo stesso piano di chi lo sostiene.

Poi, certo, c’è il resto, che non è una novità. Perchè Pandetta non ha mai fatto mistero del suo passato criminale. Solo che sulla ribalta della tv nazionale ha lasciato andare totalmente i freni inibitori, dettagliando anni di galera (9 anni e 8 mesi), quel che ha commesso (rapine, furti, spaccio di droga), rivelando che nel primo anno nei panni del “miglior neomelodico di Catania”, così come si definisce, ha continuato a delinquere; sempre col sorrisetto, come se parlasse del più e del meno, ha specificato più volte che non si pente del suo passato, che non ha nulla di cui pentirsi, perché evidentemente allora le cose dovevano andare così, non perché avesse bisogno di denaro per mangiare, sopravvivere, no: “Per il lusso, perché mi piacciono i soldi”.

Una contraddizione vivente, Pandetta, che dice ai giovani di non fare come lui e allo stesso tempo si atteggia a guappo con cicatrici da esibire orgoglioso; che rappresenta il cortocircuito sociale di Catania e inchioda alle sue responsabilità le classi politiche che mai hanno realmente, concretamente investito sulla rinascita culturale, e quindi morale di intere macro aree di popolazioni lasciate nel Meridione, invece, in condizioni tali da poterle poi sfruttare al momento giusto, nei periodi elettorali.

Una contraddizione vivente quel Pandetta che dice di tutto e di più eppoi si lancia in una campagna denigratoria e minacciosa nei confronti della stampa che non tace, con tanto di mosse che mimano le pistole in pugno e il refrain “Giornalista terrorista”, ripetuto, condiviso, che invita a condividere.

Manifestando astio, alimentando astio e dimenticando che nessuno, visto che siamo in tema, gli punta una pistola per ottenere un’intervista, per raccontare, sempre col sorrisetto di chi si reputa un simpatico monellaccio, di avere pubblicato il primo video musicale di successo su Facebook mentre era detenuto ai domiciliari, di avere finanziato il suo cd d’esordio con una rapina…

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