Certo che esiste l’Inferno. Non bisogna avere una salda fede religiosa per crederlo. Perfino chi è convinto dell’inesistenza di un Aldilà, chi è pronto a scommettere tutto quel che possiede sulla fine di tutto, del Tutto, con la morte, sa che qui, su questa superficie che calpestiamo quotidianamente esiste l’Inferno, quel luogo dove ti chiedi perché è stata concepita la sofferenza, quella più profonda, dolorosa, intollerabile.

L’Inferno è l’Utin, acronimo di Unità di terapia intensiva neonatale. E’ dove la gioia della paternità e della maternità vengono violentate dalla paura più cupa, dall’orrore. E’ dove vengono ricoverati i neonati prematuri subito dopo il primo vagito e quelli che nascono nei tempi canonici, ma con delle complicazioni che rendono necessario il ricorso all’ospedale.

Sei lì, finalmente padre, finalmente madre, e non ti capaciti.

Il tuo piccolino è chiuso in una incubatrice e non puoi tenerlo fra le braccia.

E’ una macchina il suo primo contatto col mondo e non il petto della madre. Sono dei tubicini, degli aghi, il suo primo approccio con la vita, e non le carezze, i baci. E quando il motivo per cui il piccino è ricoverato permette il contatto fisico coi genitori perché di minore gravità rispetto ad altri, la sua casa sono le anonime mura di un reparto ospedaliero, il loro sole i freddi neon, le loro ninne nanne il monotono ronzio delle apparecchiature, l’odioso squittire dei segnali acustici durante i costanti monitoraggi che avvertono, che tengono desta l’attenzione del personale.

E sulle culle, anche chi è così coriaceo nel credere che andrà tutto bene, che l’incubo di un figlio aggrappato alla sopravvivenza o a rischio di chissà quali malattie presto finirà, ha la tenacia, l’ottimismo, la positività massacrate dall’impotenza, dall’angoscia.

Tuo figlio è lì e tu puoi solo pregare e affidarti ai medici o solo la seconda, se non hai la fortuna dell’ancora spirituale.

Sì, esiste l’Inferno ed è qualsiasi luogo dove un neonato soffre: l’Utin è uno di quelli.

Ecco perché la notizia dell’arresto di Alessandro Rodonò, il dirigente medico del San Marco di Catania, sta provocando reazioni indignate o di turbamento. Non delle istituzioni del mondo della sanità, locali, regionali e nazionali, silenti nonostante la gravità dell’accusa, ma della gente comune e di chi si è affidato al neonatologo.

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L’ultimo post pubblicato da Rodonò è stato invaso da rabbia, amarezza, accuse, ironia, visto che il medico il 5 gennaio scorso ha condiviso una foto pubblicata da un altro utente 5 anni fa per criticare aspramente il Senato italiano.

C’è anche chi accusa raccontando l’esperienza personale: “Mio figlio è nato prematuro al Santo Bambino di Catania, dove allora lavorava questo personaggio. Subito ci fece notare delle cisti che il bambino presentava al cervello.. Prima della dimissione ci consigliò di tenerle sotto controllo con degli esami periodici presso il suo studio (a pagamento), e ci ci fece impaurire con l’ipotesi di pericolo di epilessia. Dopo la prima ecografia presso il suo studio, mio figlio si ammalò di bronchiolite, con conseguente ricovero presso il Garibaldi di Nesima (Catania). Noi allora facemmo presente al personale medico che stavamo tenendo sotto controllo delle cisti al cervello che aveva dalla nascita, e loro con molta tranquillità ci dissero che quelle stesse cisti erano assolutamente normali nei nati prematuri. Quindi non andai più da questo personaggio. Mio figlio dopo 6 anni sta benissimo…”.

E non è l’unico: “Solo qui ad Augusta ne stanno uscendo a decine, qualcuna la conosco molto intimamente. No, non sono 4 casi”, lasciando intendere, quindi, che potrebbero aumentare i casi accertati dagli inquirenti, anche perché le indagini per approfondire il caso, così come ha sottolineato la Procura di Catania, stanno procedendo.

C’è chi invoca di attendere i gradi di giudizio, di non scatenarsi in linciaggi e sentenze già emesse; c’è chi insulta inferocito; c’è chi auspica la radiazione immediata; c’è chi cerca di trovare una spiegazione che possa cancellare l’accusa: “Io mi auguro per lui e per l’immagine della sanità catanese che si tratti di azioni legate alla medicina difensiva. Quel modo di operare in cui il medico, per evitare azioni di responsabilità, compie e dispone tutta una serie di attività e accertamenti inutili e costosi per poter dimostrare, in caso di evoluzione negativa della patologia del paziente, che egli aveva fatto tutto quanto necessario per evitare questa evoluzione. Concordo con chi dice che le accuse non sempre corrispondono alla realtà dei fatti e solo i tribunali possono emettere sentenze. Perché chiedere ai genitori dei neonati prematuri di ricorrere alla costosa intramoenia? Forse per accelerare i tempi di intervento. L’intramoenia poi porta soldi anche all’Azienda ASL. Mi pare che sia il 40% del fatturato. Io sto solo cercando di ragionarci sopra, prima di linciare questa persona. La legge di Linch ha fatto più danni della grandine”.

E c’è anche chi cerca di spiegare l’inspiegabile, cioè cosa vuol dire vivere nel terrore che il proprio bambino soffra, che possa essere costretto a chissà quale calvario.

Spiega che, se le accuse saranno confermate da una sentenza definitiva, su questa superficie che calpestiamo quotidianamente oltre a varie rappresentazioni dell’Inferno, esistono pure schiere di demoni.

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