Sono le 23,30. Quando sgarra di poco è dovuto soltanto alle bizze del dispositivo utilizzato per diffondere.

Ogni sera. Appuntamento fisso. Mai saltato da quando l’Italia è diventata zona rossa, da quando l’epidemia è diventata pandemia, da quando anche Catania è stata inghiottita dall’incubo, dal timore del contagio e degli effetti, intimi – sociali – economici, delle restrizioni per arginarlo.

Ogni sera un residente della zona del viale Mario Rapisardi apre la finestra della sua camera da letto e libera nel silenzio surreale che avvolge una delle arterie principali, e più trafficate, del capoluogo etneo l’inno a Sant’Agata, quello che risuona tra le mura della Cattedrale del Duomo di Catania durante la messa dell’Aurora del 4 febbraio, uno dei momenti più toccanti delle celebrazioni in suo onore.

L’inno rappresenta il canto che unisce il popolo devoto alla Patrona di Catania, lo fa diventare una voce unica che invoca la sua benedizione.

Nel tempo degli scienziati, della via tracciata dai virologi, c’è chi carica di una forza sovrannaturale una fede antica, profonda, comprensibile solo da chi la prova, da chi la prova veramente.

L’inno a Sant’Agata è la preghiera potente di chi confida anche nei simboli sacri per reagire ad eventi sconvolgenti.

Che si creda o meno, ogni sera a Catania, alle 23,30, un coro si spande nel silenzio.

Che si creda o meno, ogni sera a Catania, alle 23,30, sembra allungarsi una carezza su tutta la città.

 

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